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Investire in filatelia: rischi, errori e realtà del mercato

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Cosmogramma Apollo 14 del 26 febbraio 1971 n. 45 su 55

Un aspetto che raramente condiziona le scelte di un collezionista è il futuro valore di realizzo della propria collezione. Chi colleziona è infatti generalmente consapevole che, quando un giorno lui o i suoi eredi decideranno di vendere francobolli e buste, difficilmente riusciranno a recuperare quanto speso, indipendentemente dal canale di vendita utilizzato. Tanto più oggi, in una fase non particolarmente favorevole per il mercato filatelico.

Durante le mie ricerche su internet, mi sono imbattuto in due articoli che affrontano il tema dell’investimento in francobolli. In modo decisamente differente. Ho deciso di esprimere il mio parere su questo argomento perché, oltre a essere stato commerciante ed essere oggi perito filatelico, sono anche un analista finanziario. Conosco molto bene il mercato delle valute e quello delle materie prime, in particolare delle granaglie, dei coloniali e delle carni. Si tratta di settori nei quali i processi di semina, raccolta e lavorazione seguono una stagionalità che si riflette anche sui prezzi. Nel tempo ho inoltre pubblicato diversi libri, tuttora in vendita su Amazon.

Il primo articolo è stato pubblicato il 22 marzo 2024 su Forbes, dal titolo: Il francobollo come asset per diversificare il portafoglio degli investimenti.

“In generale, più che per aumentare le proprie entrate, il collezionismo dovrebbe essere una modalità di diversificazione del portafoglio a medio-lungo termine per la creazione di un patrimonio sì illiquido rispetto ad un titolo, ma meno soggetto ad oscillazioni di mercato. Allo stesso tempo può rappresentare un’opportunità per gli speculatori che, forti della propria liquidità, acquistano beni ad un valore concorrenziale per poi rivenderli su mercati diversi: naturalmente questo esula un po’ dalla sfera del collezionismo…”

Qui, oltre a dare per scontato che il collezionismo possa rappresentare una fonte di guadagno, viene presentato come uno strumento di diversificazione del portafoglio, ponendolo di fatto a confronto con il mercato azionario. Prima ancora, però, emerge una contraddizione che lascia intendere come la finanza e gli investimenti non siano il pane quotidiano dell’intervistato. Definire un mercato illiquido come poco volatile capovolge la realtà. Tanto più quando questa presunta minore volatilità viene giustificata sostenendo che i francobolli sarebbero meno soggetti alle oscillazioni di mercato.

È una sciocchezza. Quanto minore è la liquidità di un mercato, tanto maggiore è l’impatto sul prezzo di un singolo ordine e, di conseguenza, la possibilità di movimenti rapidi e profondi. Nel mercato valutario, la coppia Euro-Dollaro è la più scambiata in assoluto, quindi la più liquida e una delle meno facilmente influenzabili da un singolo operatore. È molto difficile assistere a movimenti particolarmente ampi durante una normale giornata di contrattazioni, a meno che non intervengano notizie di grande rilevanza, come un inatteso taglio o rialzo dei tassi d’interesse da parte della BCE o della Federal Reserve.

Ben diverso sarebbe il caso di un fondo che decidesse di acquistare massicciamente la coppia Sterlina-Lira turca, tanto per fare un esempio. La minore liquidità rende quel mercato più sensibile agli ordini di grandi dimensioni e quindi più facilmente influenzabile, con variazioni di prezzo molto più ampie. Da qui una regola fondamentale dei mercati finanziari: minore liquidità significa maggiore facilità di spostamento dei prezzi e quindi maggiore volatilità.

Il fatto che il prezzo di un Gronchi Rosa non possa essere visto muoversi durante la giornata davanti a un monitor, come accade con un titolo azionario, non significa quindi che sia meno o più volatile. Dipenderà sempre dalla domanda e dall’offerta. Se sarà maggiore la prima, il prezzo aumenterà; se invece sarà maggiore l’offerta, il prezzo scenderà. Maggiore sarà l’interesse di collezionisti e operatori, maggiori saranno le compravendite e, di conseguenza, si avrà un aumento della volatilità.

L’articolo prosegue poi con altri errori, come l’uso improprio del termine “macrotrend”: in finanza indica una tendenza strutturale e di lungo periodo capace di influenzare mercati, settori o comportamenti economici, non una pratica collezionistica protrattasi per decenni, come l’uso delle linguelle. A questo si aggiunge la confusione tra investimento e speculazione:

“E trattandosi quindi di investimenti, bisogna tener conto del profilo dell’investitore poiché mentre lo scopo di un collezionista o di una fondazione non è il profitto ma il perseguire una passione in base ai propri interessi e creare un patrimonio ovviamente in base anche al proprio budget, quello di un operatore del settore è senz’altro il guadagno, magari attraverso l’acquisizione in blocco di una collezione importante da dettagliare…”

L’operatore del settore, più comunemente definito commerciante, non investe, specula: quello è il suo mestiere. Compra a meno e rivende a di più. Meno tempo un acquisto rimane in campionario, più è contento. Investire e speculare sono due pratiche ben differenti, esattamente come investire e fare trading sui mercati finanziari.

La parte finale si sposta sulle aste, con un nuovo interlocutore.

Al di là del fatto che il secondo intervistato dimentica di menzionare le commissioni applicate dalle case d’asta sul prezzo realizzato, che superano il 20%, dall’articolo passa il messaggio che acquistare francobolli alle aste sia un investimento remunerativo. Non è esattamente così. La questione è un po’ più complessa, come mostra il secondo articolo, di ben altro spessore.

Pubblicato il 25 febbraio 2022 sul sito we-wealth.com, “La corsa dei francobolli, i pleasure asset senza tempo” è un’intervista, purtroppo breve, ad Alberto Coda Canati, capo dipartimento della casa d’aste “Il Ponte”.

Dal momento che concordo con quanto affermato da Alberto Coda Canati, prenderò spunto dalla sua intervista per esporre il mio pensiero sull’argomento, approfondendo alcuni aspetti che per motivi di spazio e di tempo non ha potuto sviluppare. Per chi fosse interessato, ho inserito il link ai due articoli direttamente nei titoli in verde: basta cliccarci sopra per leggerli.

Investire in un francobollo o in una busta non è come farlo in un titolo azionario o obbligazionario, in una materia prima come l’oro o in un ETF. I mercati finanziari, quasi tutti, sono regolamentati. Significa che gli scambi avvengono secondo regole precise, con prezzi pubblici, aggiornati in tempo reale e una domanda e un’offerta immediatamente visibili. Il mercato filatelico non lo è. È una nicchia, molto più volatile e con una forchetta tra domanda e offerta molto più ampia.

Se acquisti azioni Stellantis e le rivendi dopo cinque minuti perché hai cambiato idea, anche se il prezzo non è salito, la tua perdita sarà irrisoria: sarà data dallo spread bid-ask, cioè dalla differenza tra il miglior prezzo in acquisto e il miglior prezzo in vendita presenti nel book, oltre alle commissioni.

Con i francobolli non hai questa possibilità. Puoi acquistare oggi un pezzo per 1.000 euro e scoprire, se hai necessità di rivenderlo subito, che il miglior compratore è disposto a offrirtene 600 o 700. Oppure che, in quel momento, un compratore semplicemente non c’è.

Quindi non è possibile investire in filatelia? Io consiglio innanzitutto di collezionare per il piacere di farlo, per divertimento e per cultura. Investire è possibile, ma è molto difficile. Prendendo l’esempio del cosmogramma “Apollo 14” citato da Alberto Coda Canati, che ha viaggiato nello spazio e di cui esistono soltanto 55 buste, siamo certamente di fronte a un pezzo raro e potenzialmente adatto a un investimento di lungo periodo. Ma proprio questo esempio mostra quanto sia rischioso investire in filatelia.

L’esemplare nell’articolo è stato battuto all’asta “Il Ponte” tenutasi il 27 aprile 2021 per 30.000 euro. L’11 giugno 2025, la stessa casa d’aste ne ha battuto un altro che ha realizzato 22.000 euro, con un calo del 26,67% rispetto al precedente. Il 28 maggio di quest’anno, un altro cosmogramma, il numero 45 dei 55 realizzati, è stato battuto da Ferrario con una base di 15.000 euro ed è stato aggiudicato per 17.500 euro, con un calo del 41,7% rispetto al prezzo pagato cinque anni prima.

 

Cosmogramma Apollo 14 del 26 febbraio 1971 n. 45 su 55

Cosmogramma “Apollo 14”, numero 45 di 55 realizzati, battuto all’asta “Ferrario” per 17.500 euro

 

Questo esempio mostra molto chiaramente quanto sia complesso investire in filatelia, perché il fatto che un pezzo sia raro non significa necessariamente un aumento sicuro del prezzo. Come in qualsiasi mercato, a muovere il prezzo non è la scarsità in sé, ma la domanda che quella scarsità riesce a intercettare: se l’interesse dei collezionisti verso un determinato pezzo è limitato, anche l’esemplare più raro può restare per anni senza acquirenti o essere venduto ben al di sotto delle aspettative.

Inoltre, anche il periodo storico ha una notevole importanza: periodi di crisi o di euforia incidono molto sulla domanda e, di conseguenza, sui prezzi. Così come in finanza, è fondamentale conoscere bene il mercato. Occorre saper valutare il reale valore di un pezzo, la sua rarità e l’interesse che suscita. Bisogna quindi capire quando è il momento di acquistarlo e quando, invece, è meglio lasciarlo perdere.

Dunque collezionate francobolli, collezionate storia postale, perché questo è un hobby bellissimo che può dare molto sotto tanti punti di vista. Non è solamente divertimento e passione per dei pezzetti di carta colorata: è molto di più. Grazie alla filatelia, ho avuto modo di conoscere tante bellissime persone. Mi tiene allenate la mente e la memoria. È come una bolla che mi isola dai problemi e dalle preoccupazioni. E se volete investire… ci sono altri strumenti migliori e meno rischiosi.

 

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Mi chiamo David Carli e dal 1993 mi occupo di filatelia con particolare specializzazione nel periodo 1850–1900. Oggi metto questa esperienza al servizio dei collezionisti, offrendo perizie su francobolli e storia postale dell’area italiana.

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